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“L’intervista nascosta”: insieme a Borsellino alla ricerca della verità

San Benedetto del Tronto | Autori del documento sono due giornalisti francesi, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardi di Canal Plus, impegnati allora in una inchiesta relativa alla mafia in Europa.

di Maria Teresa Rosini

Si è tenuta ieri pomeriggio presso la sala convegni dell'Hotel Progresso, per iniziativa del circolo locale di Sinistra Ecologia Libertà, una proiezione pubblica de "L'intervista nascosta", una video-intervista tra le ultime che il magistrato Paolo Borsellino rilasciò e che risale al 21 maggio 1992. Solo due giorni dopo Giovanni Falcone sarebbe morto nella strage di Capaci e di lì a tre mesi anche lui ne avrebbe condiviso il destino nell'esplosione di via D'Amelio in cui restò ucciso.


Autori del documento sono due giornalisti francesi, Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardi di Canal Plus, impegnati allora in una inchiesta relativa alla mafia in Europa (in collegamento alle vicende francesi di "La cinq"). Già in possesso di informazioni interessanti, volevano approfondire le loro conoscenze circa i collegamenti tra "cosa nostra" e il mondo imprenditoriale del nord Italia, e, in questo contesto, acquisire ulteriori informazioni processuali su Vittorio Mangano.

Per colmare il vuoto di informazione riguardo il contenuto di questa intervista, poco conosciuta dal grande pubblico, "Il Fatto Quotidiano" ha acquistato i diritti sul video e preso l'iniziativa di metterlo in vendita nelle edicole insieme al giornale perché sia diffuso, portato alla conoscenza di tutti come testimonianza diretta e incontrovertibile dell'impegno di un magistrato italiano nonché di un uomo di grande valore, che purtroppo abbiamo perso.

E' intervenuta alla proiezione la giornalista Sandra Amurri, del Fatto Quotidiano, che ha introdotto la visione del video e partecipato al dibattito col numeroso pubblico presente.
L'intervista, di cui solo alcune parti erano già state trasmesse ed oggi si può visionare in modo integrale, si svolse, contro ogni consuetudine, nella abitazione del giudice per una scelta che, alla luce dei fatti successivi, ci dà conferma sia dell'isolamento che del clima terribile all'interno del quale Borsellino non rinunciava tuttavia a portare avanti il suo lavoro di magistrato.

Nonostante il tempo trascorso, il suo contenuto è quanto mai attuale (date le recenti dichiarazioni del pentito Spatuzza) e si aggancia alla tradizione, tutta italiana, di una interminabile sequenza di "misteri" irrisolti che hanno attraversato la vita della Repubblica, inquinando il terreno della contesa politica e compromettendo la possibilità che ad una classe dirigente spesso eccessivamente trasformista e autoreferenziale, potesse contrapporsi un'opinione pubblica più consapevole e adeguatamente informata.
"In Francia non sarebbe potuto accadere" hanno infatti affermato i due giornalisti autori dell'intervista, perché non sarebbe stato consentito dalle pressioni della pubblica opinione il permanere di dubbi e incertezze di questa portata riguardo a personaggi così determinanti della vita pubblica.

Oggetto dell'intervista oltre al reperimento di informazioni qualificate riguardo"lo stalliere di Arcore" , definito "pesce pilota" e "testa di ponte" di affari mafiosi nel nord dell'Italia, il chiarimento circa l'esistenza di indagini in corso (1992) relative ai rapporti tra Berlusconi, dell'Utri e Mangano che dal magistrato riceve una conferma priva di dubbi: "Sì".

Colpisce la puntualità e il rigore del giudice Borsellino nelle sue dichiarazioni, la sua serietà nel non addentrarsi in particolari su cui, come magistrato, non è chiamato a pronunciarsi, ma al tempo stesso il suo non sottrarsi, nonostante il momento di estrema tensione e la consapevolezza dei rischi costanti cui è sottoposto, al dovere di fornire le informazioni di cui è in possesso.

Oggi altre informazioni, sempre in qualche modo incomplete e sempre connotate da un'estrema difficoltà di giungere al grande pubblico, si sono aggiunte a rendere semmai ancora più inquietante il panorama di quel passato recente: un puzzle che inizia a rivelarsi sempre più chiaro e allarmante ( circostanze come il ruolo dell'ufficiale dei carabinieri Mori, l'esistenza di una trattativa tra mafia e Stato, la conoscenza che ne ebbe Borsellino, il ruolo e le informazioni fornite dal figlio di Ciancimino e le dichiarazioni di Spatuzza), ma che sembra lasciare ancora una volta la pubblica opinione, o una parte consistente di essa, in una sospensione di giudizio ormai più decisamente somigliante ad una rinuncia a farsi carico, come cittadini sovrani, della verità, piuttosto che alla cautela doverosa che si deve adoperare nell' elaborare il giudizio etico e politico sulla nostra classe dirigente.

In questo la giornalista Sandra Amurri è molto diretta e non risparmia affondi decisi nei confronti di una parte dell'opposizione politica accusata di cautele e concessioni considerate eccessive alla luce di fatti ( atti giudiziari, dichiarazioni, proclami, ambiguità, azioni politiche, scarsa e tendenziosa informazione) non sempre completi e univoci, ma straordinariamente coerenti nel delineare un quadro molto più che inquietante della storia dei nostri ultimi decenni.

A tutti noi cittadini, preda di questa più che surreale condizione, di questo limbo nebbioso nel quale ci si guarda senza riconoscersi e senza sapere chi si è e dove ci si sta dirigendo, il compito di ricordare che spesso in circostanze così estreme più che i sussurri o le grida vale il lavoro serio, coerente, determinato che uomini come Borsellino, Falcone e Ambrosoli (in un contesto diverso, ma non troppo distante) seppero svolgere con intelligenza e senza ambiguità di sorta. Essere alla loro altezza, anche solo come semplici cittadini di questa nazione, significherebbe testimoniare che non sono morti invano.

29/12/2009





        
  



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